2 aprile 2021

Rapporto Tari 2020: Bergamo si conferma città virtuosa

Nella raccolta rifiuti Bergamo può sorridere: è quanto emerge dal Rapporto rifiuti 2020 di Confcommercio, presentato oggi e diffuso ogni anno sulla base del nuovo monitoraggio dell’Osservatorio Tasse Locali (www.osservatoriotasselocali.it) che si pone l’obiettivo di monitorare l’attività dei Comuni per “indagare” lo stato della gestione dei rifiuti urbani. Sono stati raccolti e censiti i regolamenti e le delibere di tutti i comuni capoluoghi di provincia e, ove possibile, sono stati rintracciati i dati anche degli altri comuni più rappresentativi del territorio nazionale per un totale di più di 2.000 comuni a copertura di una popolazione di 42 milioni di abitanti (il 70% del totale della popolazione italiana).

I dati di Bergamo

La ricerca compara i dati di Bergamo capoluogo con quello di 287 comuni lombardi (in rappresentanza del 18,83% dei comuni sul territorio regionale e pari al 64,19% degli abitanti). L’incasso della Tari di Bergamo di circa 18,3 milioni pone la nostra città al 4° posto assoluto (dopo Milano 298,6 ml, Brescia 32,8 e Monza 19,5) in regione Lombardia.
Sempre a livello regionale Bergamo è al secondo posto assoluto con 151,62 (dopo Cremona con 141,34, ultima Milano con 218,58) per Tari pro capite per abitante. Venendo alle performance si evidenzia come Bergamo sia al 3° posto a livello regionale per scostamento (prima Brescia con -22,03%, poi Cremona con -17,25%), con un -10,63% del gettito rispetto al fabbisogno medio standard. In altri termini, se Bergamo fosse in media dovrebbe spendere circa 21 milioni e invece ne risparmia 3.
Come livello qualitativo dei servizi siamo al 3° posto (dopo Como e Mantova) con un voto di 9 in una scala fino a 10. Per quanto riguarda la percentuale di raccolta differenziata, con una percentuale del 65,51%, siamo a ridosso del secondo posto (Mantova 77,83% e Como 66,63%). Venendo alle tariffe puntuali (euro al mq), Bergamo ha la tariffa più bassa a livello regionale nelle categorie Alberghi con ristoranti, negozi non alimentari, ristoranti, bar, ortofrutta, fioristi e pizzerie al taglio, mentre è più alta per fiere, esposizioni mobili, autosaloni (7° su 11), supermercati e negozi di alimentari (8° su 11).

Accogliamo con grande soddisfazione i dati della ricerca nazionale che mettono in risalto gli ottimi risultati del comune di Bergamo in tema di Tari e performance nella raccolta rifiuti, segnale di una Bergamo efficiente e riciclona – commenta Oscar Fusini, direttore di Ascom Confcommercio Bergamo -. Dobbiamo però continuare a lavorare per rendere il servizio sempre più efficiente e per abbassare il costo della tariffa, ancora troppo alto per la maggior parte delle imprese. Nonostante lo sconto applicato dal Comune di Bergamo nei mesi del lockdown, infatti, la percezione del costo è altissima in una anno nel quale la maggioranza delle attività ha registrato cali drammatici di fatturato. È fondamentale poi che i risultati positivi del capoluogo e di altri comuni della Bergamasca siano conseguiti sull’intero territorio provinciale, dove si annidano ancora inefficienze, e che si proceda verso una applicazione sempre più puntuale della tariffa in una logica “chi meno inquina meno paga”, principio che sta alla base anche della recente modifica del D.lgs 116/220 in attuazione delle normative comunitarie UE 2018/851 in materia di economia circolare”.

Il Rapporto rifiuti 2020 in sintesi

Questa edizione del Rapporto Rifiuti riguarda un anno molto particolare segnato dall’emergenza Covid-19, e offre una fotografia chiara di quali e quante siano ancora le criticità legate a questo tributo per le imprese del terziario. L’emergenza Covid frena, infatti, la produzione dei rifiuti nel corso del 2020 con un calo di più di 5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, pari al 15% in meno rispetto all’anno precedente. Ma nonostante il blocco delle attività economiche causa Covid, il costo totale della tassa rifiuti (Tari) non arresta la sua corsa e raggiunge il livello record di 9,73 miliardi con un incremento dell’80% negli ultimi 10 anni. Un vero e proprio paradosso che penalizza ulteriormente le imprese del terziario, già duramente colpite dagli effetti della pandemia, con costi che restano ancora troppo alti e sproporzionati a fronte dei quali, peraltro, non corrisponde un’efficiente gestione dei servizi resi dagli enti locali. I dati analizzati dall’Osservatorio evidenziano come il 60% dei Comuni abbia mantenuto le tariffe invariate, mentre il 17% le ha diminuite (mediamente del 5%) e il 23% le ha addirittura aumentate (mediamente del 3,8%). In particolare, nei Comuni che hanno ridotto le tariffe nei confronti delle utenze non domestiche, le modalità di intervento sono state molto eterogenee: in prevalenza è stata applicata una riduzione sulla parte variabile, mentre alcuni Comuni si sono spinti a ridurre la Tari complessiva (fissa e variabile), altri hanno invece previsto un dilazionamento dei pagamenti, altri ancora hanno ridotto la Tari solo sull’ampliamento dell’occupazione di suolo pubblico o altre forme di riduzione. A livello tariffario le categorie più tassate si confermano quelle del 2019. Per alcune di esse si registrano, nel 2020, ulteriori rincari (come per mense, birrerie, amburgherie).

L’Osservatorio di Confcommercio ha anche analizzato il livello quantitativo dei servizi erogati. Tale dato misura, con un punteggio da 0 a 10, la quantità dei servizi offerti da un comune rispetto alla media dei comuni della stessa fascia di popolazione. Un parametro che fotografa un’altra criticità: a fronte di costi sempre molto elevati, non corrisponde mediamente un livello di servizio migliore. Sono, infatti, ben 9 le Regioni che si posizionano ancora sotto il livello 6 di sufficienza: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Liguria, Molise, Puglia e Toscana. I maggiori punteggi per Emilia Romagna (7,38), Piemonte (7,33), Veneto (7,17) e Lombardia (7).

Le proposte di Confcommercio

Confcommercio auspica che su questi aspetti il Governo possa intraprendere un dialogo costruttivo con gli operatori e le associazioni imprenditoriali. Servono, infatti, interventi strutturali per rendere effettivo il principio europeo “chi inquina paga” e commisurare la Tari ai rifiuti realmente prodotti. Occorre, inoltre, risolvere il problema della mancanza cronica di una dotazione impiantistica che fa lievitare i costi dei piani finanziari dei Comuni e, quindi, delle tariffe per le utenze. La carenza di impianti costringe infatti ad inviare una parte considerevole di rifiuti nelle discariche o ad esportarli all’estero per il trattamento e l’incenerimento. Con buona pace dell’ambiente e delle imprese che devono sostenerne i costi.

Ma servono anche misure emergenziali, visto il perdurare della diffusione epidemiologica da Covid-19, esentando dal pagamento della tassa tutte quelle imprese che, anche nel 2021, saranno costrette a chiusure dell’attività o a riduzioni di orario e quelle che, pur rimanendo in esercizio, registreranno comunque un calo del fatturato e, quindi, dei rifiuti prodotti. Le imprese vogliono pagare il giusto, una tariffa corrispettiva al servizio erogato e soprattutto desiderano poter scegliere in autonomia l’operatore pubblico o privato più conveniente. Per i quantitativi di rifiuti che autonomamente le imprese avviano a smaltimento e recupero, senza servirsi del servizio pubblico, bisogna che venga detassata la quota corrispettiva della Tari.

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